L’isola

Che faccia tutto il male che vuole. Giaceva immobile e aspettava il dolore a lui ben noto. Si immaginava che adesso, dopo quello che era appena accaduto, di fronte all’assoluta certezza, il dolore, che fino a quel momento gli aveva dato solo un assaggio della sua forza, lo avrebbe stravolto come un tifone, facendolo roteare per aria. Forse strappandogli addirittura un braccio o una gamba. Non sarebbe stata la prima volta. Ma non sentiva nulla. Sbadigliò. Pronunciò quel nome familiare una volta, sottovoce, e siccome l’audacia e la provocazione non comportarono alcuna conseguenza, lo ripeté ancora due volte di seguito, sfacciatamente a mezza voce. Ora devo fare molta attenzione, pensò. Forse ne morirò, ma una cosa del genere non succede da un’ora all’altra: devo osservare tutto con attenzione, come chi si inocula il bacillo della peste. Forse in seguito potrò essere d’aiuto a qualcun altro.

• • •

Aspettava i segni con impazienza: l’infezione avrebbe già dovuto manifestarsi, di lì a qualche minuto avrebbe certamente avvertito i primi sintomi, forse sarebbe cominciata con un semplice mal di testa oppure come la setticemia e l’erisipela, con un foruncolo insignificante – gli streptococchi, generalmente innocui, provocano infiammazioni in certi punti del corpo. Forse dovrei rievocare qualche dettaglio, pensò. Gliene vennero alla mente parecchi in quel momento, ma non uno dietro l’altro, bensì a grappolo, una mano, una scarpa, l’inflessione della voce, un’inferriata all’angolo di una strada dalle parti dell’École Militaire. I dettagli rispondevano con prontezza al suo appello, il grappolo ondeggiava davanti ai suoi occhi, ma non provava alcun desiderio di strappare qualche acino. Lo colse una specie di sgomento. Forse sono guarito, pensò allarmato, e si mise seduto sul letto. Forse non è neppure vero. Infatti qui non c’è niente, proprio niente. Sedeva con aria spaurita, sbattendo le palpebre. In quell’istante il dolore lo afferrò – ecco ancora quello spasmo, tra il cuore e lo stomaco -, lo afferrò e lo gettò nuovamente sul letto. Ricadde supino. Gli occhiali gli scivolarono di mano. È peggio di quanto credessi, pensò mezzo stordito, e gli venne in mente, con una sorta di lieto sgomento, che in fin dei conti «qualcosa c’era». Rannicchiò le ginocchia allo stomaco, come chi si contorce dal dolore, e con ritmo regolare, rantolando lievemente, cominciò a singhiozzare.

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Io non devo più rispondere di niente a nessuno. Ho fatto tutto quello che può fare un essere umano. Ho fatto il mio dovere. Senza dubbio, sono profondamente cattolico. Era la prima volta che lo pensava, e ne fu sorpreso. Ho fatto tutto ciò che era mio dovere fare. Quanto meno, ho dato a Cesare quel che è di Cesare… Senza riserve. Sono anche partito per riposarmi. Ormai non è più il caso di parlare dei miei doveri, adesso bisogna soltanto cercare di salvare il salvabile. Giacque a lungo così, a occhi aperti. Poi, come se stesse dettando la propria confessione alla polizia, in tono netto e deciso pensò, sbarrando gli occhi nel buio: Ormai è emerso con certezza che, malgrado le mie migliori intenzioni, non riesco a vivere senza di lei. Che peccato. Aspirò l’ultima boccata, spense con cura la cicca sulla lastra di marmo del comodino, si voltò verso il muro e si addormentò di colpo.

frammenti da: L’ISOLA – Sándor Màrai

L'ISOLA

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